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7 dicembre 2002

Domenica, primo giorno di un settembre 2002 strano, iniziato in maniera incolore e finito in un pronto-soccorso di un ospedale di Monza, il San Gerardo, attaccato a una quantità di elettrodi lottando tra la vita e la morte nel bel mezzo di un infarto.
 

Risveglio alle 8 del mattino, una gran voglia di fare qualcosa, sto meglio, lo sento ho anche una gran voglia di fare colazione. Mi portano latte e caffe , biscotti e io faccio colazione dopo tre giorni con gusto, sento anche i sapori e il cibo non mi da fastidio. Dopo chiedo di poter scendere e andare in bagno. Mi portano la sedia a rotelle, ma io la rifiuto e con l'occorrente della barba sotto il braccio destro e il sinistro attaccato all'infermiera Bestetti, arrivo in bagno con le mie gambe. Vengo lasciato sulla soglia con la preghiera di chiamare in caso di bisogno. Incomincio a insaponarmi la faccia e nel lavarmi, alzo gli occhi allo specchio e guardo al suo interno un'immagine riflessa. Non la riconosco, una persona gonfia in viso che sembra dirmi : " Coglione , sei tu non ti riconosci ? " Mi devo appoggiare al bordo del lavandino per non cadere, passano ben 5 minuti perchè io possa capire qualcosa e realizzare che dopo un intervento di 5 ore e due giorni passati a letto a rimettersi un pochino, con catetere e soluzioni fisiologiche, qualcosa si potesse modificare nell'aspetto fisico. Mi lavo in silenzio, mi faccio la barba e subito dopo mi incomincio ad ispezzionare. Sul collo ho conficcato, protetto da un robusto cerotto un ago con tre terminali a rubinetto, conficcata nella vena del collo. Nel braccio sinistro un ago conficcato in vena con degli elettrodi che arrivano sin dentro il cuore. Da quel rubinetto immettono tutte le flebo e al mattino presto mi prelevano il sangue per le analisi giornaliere. Il petto e solcato dal collo all'addome da un cerotto che protegge i punti superficiali e la ferita, palpo un pochino e sento che fa un male bestia. Mi guardo il piede sinistro è fasciato con una calza elastica che arriva fino all'inguine e dal tallone al ginocchio si intravede un grosso cerotto che protegge la ferita fattami nell'asportazione della Safena.


 

“…Mi  faccio coraggio e mi riavvio verso il letto, stavolta da solo. Visita chirurgica alle dieci e mi comunicano che il giorno 9 sarò trasferito in un centro di riabilitazione ad Arco di Trento in un ospedale appositamente strutturato per rimettere in piedi gli operati al cuore. Il pomeriggio ho la visita di Donatella, presente insieme a mia madre tutti i giorni e mio fratello Luciano che nel frattempo è arrivato in treno da Chieti.

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